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Poesia

un gatto senza dio

di Alberto Barina
«Perchè molti mi chiamano poeta?
forse perché ora lo posso dimostrare attraverso tutta
una serie di diplomi, certificati, di antologie, di siti web
più o meno importanti che contengono i miei testi, di
auree suppellettili attribuitemi ed accumulate nel corso
del tempo? o forse perché nel caos generalizzato del
nostro vivere quotidiano mi viene spesso naturale
affidarmi e nutrirmi di pensieri, ricordi, momenti di
silenzio da riversare su inutili fogli di carta?
... Credo al sorriso delle madri, agli occhi del mio cane,
alle bugie che mi dico anche se non conducono
lontano. Credo all\'ironia che diventa forma di protesta;
credo che la pace sia riposta nelle mani dei potenti e di
conseguenza sia diventata un lusso che le nazioni non
possono più permettersi. Non credo alle sempre
mutevoli e capricciose forme giornaliere della politica.
Credo in una forma poetica prevalentemente libera
dalle costrizioni della metrica, che si arrovelli però nella
continua ricerca per disseppellire la bellezza, la
musicalità delle parole e che restituisca loro la libertà,
la dignità, ma che sia anzitutto veicolo di emozioni e
messaggi importanti... per questo non sarò mai un
bravo scrittore o non potrò mai essere definito poeta.
Mi spaventa più di ogni altra cosa lo spropositato
potere che viene attribuito al denaro e che mi pare
conduca ad un tunnel buio e senza fine, l\'apparenza e
la banalità che si sono sedute a comandare sul trono
del mondo, la presunzione della gente».

Il gatto,

forse un Dio ce l’ha

non come me

che sto perennemente arruffato

sulle soglie del tempo

ad aspettare un cambio di stagione:

una pioggia che non piove,

un sole che si scrolli di dosso

tutto l’inverno.



Io che sembro finirci apposta,

in quei punti,

dove tira più forte

il vento di contrario

per lisciarmi l’anima;

o prediligo certi sguardi pigri ed immobili

da dietro le inferriate del sogno.



Sono certo,

un gatto un Dio ce l’ha,

non come me

che misuro la distanza

tra una carezza randagia

ed un balzo in bilico sui tetti

che illudono il cielo,

o rovisto tra gli avanzi del cuore

chiedendo ad una lisca

il peso specifico della luna.