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Lettere d'amore

A Mauro Corona

di Eugenia Ragnoli

Ho 33 anni e vivo a Montichiari, in provincia di Brescia.

Caro Mauro,

c’ero anch’io nel gruppo di turisti che ieri l’altro ha invaso Erto. Eravamo in otto, tutti anziani tranne me. Ovviamente la gita di gruppo era solo una scusa: in realtà, ero venuta solo per te. Sul minibus c’era il clima acceso e non potevo aprire il finestrino. Così, quando siamo passati in via IX ottobre, ho schiacciato la faccia contro il lunotto per riuscire a scorgere qualcosa di te, ma la tua bottega era chiusa. Allora ho sperato di vederti nell’osteria dove abbiamo pranzato, ma da lì non sei mai entrato. Avevo il cuore a pezzi. Ho rosicchiato senza entusiasmo una fetta di toma e, per non sembrare sfacciata, ho assaggiato un goccio di Refosco, anche se ho sentito l’esofago cuocere come carne sulla graticola. Alla fine ho lavato le mani con l’Amuchina e un signore del posto (lo chiamavano Zuàn) mi ha guardato storto. Aveva la stegagna appesa alle braghe e per un attimo ho pensato volesse scannarmi: invece, gli facevo pena e basta. Quando siamo ripartiti, il magone bruciava la gola peggio del vino. Dopo mille tornanti ci siamo fermati ai piedi di un versante poco ripido e siamo scesi a sgranchire le gambe. Ero già stanca morta ma non volevo cedere. Abbiamo preso un sentiero sterrato, scrutavo ogni albero e mi chiedevo se fosse un faggio o un carpino, un larice o un pino cembro, e se quelli che pigolavano tra i rami fossero ciuffolotti o pettirossi. Una nonnina mezza cieca seguitava a cantare e di tanto in tanto ci frustava il coppino con ciuffi di erba medica. Mi sentivo tanto fiacca e ti immaginavo scalare le cime assieme ai camosci bianchi. Stavo per svenire quando finalmente un rivolo ha interrotto la nostra processione. Mi sono stesa su una roccia liscia, ho respirato l’aria che sapeva di malva e ho ascoltato il suono dei campanacci che dai pascoli alti volavano fin lì. Il magone stava guarendo. Al tramonto siamo tornati indietro, le stelle già ardevano sopra le creste e abbiamo riso come fanciulli. Appena salita sul minibus ho guardato fuori e ho riconosciuto il Zuàn dell’osteria che accatastava ciocchi verdi in un vialetto: anche lui mi ha vista e ha alzato la mano per salutare.