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Lettere d'amore

A Gustav

di Nicola Biasio

Nasce il 22 maggio 1996 a Camposampiero (PD). Dopo l'anno all'estero in Portogallo, consegue la laurea triennale in Lingue e letterature moderne a Padova, con una tesi di traduzione dal portoghese all'italiano di un libro di Ana Augusta Plácido, scrittrice meritevole ma sconosciuta in Italia. Attualmente studia Letterature moderne, comparate e postcoloniali a Bologna. Letteratura, traduzione, cinema e musica sono le sue principali passioni.

Venezia, estate 19…

Caro Signor Aschenbach,

probabilmente non vi ricordate di me, forse nemmeno siete a conoscenza della mia esistenza. Sono un inserviente dell’Hotel in cui alloggiate. Confesso che vi ho notato dal primo giorno in cui siete arrivato, tutto impacciato con le valigie e con la vostra aria sognante. Vi ho visto al ristorante, con un libro semiaperto sul tavolo, una sigaretta accesa e gli occhi affogati nella laguna. Alcune volte vi ho pure servito da bere, ricordate? Ebbene, questa che vi scrivo dovrebbe essere una lettera d’amore, solo che io di amore, purtroppo, non ne so proprio nulla. Il problema è che, da quando avete varcato il portone d’entrata, il mio cuore ha iniziato una danza che nessuno, né nonna né madre, mi ha mai insegnato. Lo so, lo so, io stesso me lo chiedo: come posso essermi innamorato di un uomo che non conosco? Sarà l’afa estiva che sale dai canali di questa città, sarà il colera che appesta Venezia, sarà la febbre che annebbia la mia debole mente dopo un estenuante turno di lavoro.

No, mio caro Gustav, non ho contratto il colera. Sono malato d’altro. Non faccio che chiudere gli occhi e sognare di camminare con voi per le calli veneziane, mentre mi sussurrate all’orecchio qualche verso di Rilke, che mi piace tanto. Di notte mi sveglio e sento le vostre labbra che mi sfiorano la schiena, attraversata dai brividi della febbre.

Sono consapevole di non meritare le vostre attenzioni. Non sono un Ganimede, come quel Tadzio che avete adocchiato all’Hotel. Al contrario, io sono oscuro e misero; sfioro l’invisibilità. Per questa città, quasi non esisto. Le mie passioni mi hanno trasformato in un fantasma, temuto e ignorato da tutti. In questo stato evanescente, sento di aver ritrovato in voi un’anima affine alla mia, qualcuno che cerca di afferrare l’inafferrabile: voi che desiderate quel giovane ragazzo polacco; io che, al contrario, voglio avvicinarmi a voi.

Più che una lettera, la definirei una rivelazione d’amore. O meglio, una supplica: vi prego, restate a Venezia. Non partite. Non lasciatemi. Il caldo passerà, l’autunno porterà con sé dell’aria più salubre che disinfetterà la città e voi vi sentirete meglio. Io mi sentirò meglio. La vostra presenza sarà il rimedio per la solitudine in cui questo oscuro, misero corpo invisibile rischia ogni giorno di sprofondare, come le barche dei pescatori che si incagliano nella laguna quando arriva d’improvviso la bassa marea.

Sempre vostro,

N.