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Una storia di cronaca

Giudicatemi per il mio lavoro, non per il mio corpo

di Sofia Cutrone

Ama e vive a Venezia, ma studia a Bologna. Appassionata di cibo, politica e cinema, sogna da sempre di diventare giornalista.

"Che società è quella che preferisce il colpevole alla vittima?", questa la spiegazione online di S.G, 26enne italiana, prima del gesto che l'ha catapultata al centro della cronaca nazionale. La ragazza, che ha cominciato a lavorare al giornale della diocesi della sua città sei mesi fa, ha camminato ieri a mezzogiorno lungo il corso principale a piccoli passi per più di un'ora. Il corpo nudo, i capelli sciolti, una scritta sul petto e sui seni: "Giudicatemi per il mio lavoro, non per il mio corpo". Sulla schiena e lungo le gambe, un articolo a sua firma completo di titolo, scritto a mano in piccoli caratteri.

Un contratto da collaboratrice esterna per seguire gli eventi culturali della città, un monolocale, due lauree e la difficoltà di sbarcare il lunario, S.G. sogna una carriera da giornalista, ma "non è disposta a tutto per ottenerla", si legge in un suo post pubblicato su Facebook nel 2016. Dal racconto di una poliziotta locale, S.G. un paio di mesi fa, si era recata alla stazione per denunciare la situazione a cui era sottoposta quotidianamente. Il direttore E.D. sottoponeva S.G. ad un rito: un caffè insieme in cambio dell'articolo pubblicato. Dapprima solo un caffè, poi qualche palpata, fino alle richieste ancora più spinte. Rifiutarsi per la ragazza significava non vedere il proprio nome sulla carta e l'articolo non pagato. A detta dei colleghi, il direttore era a conoscenza delle difficoltà economiche della giornalista, che lavorava anche come hostess di eventi. I colleghi della redazione di S.G, intervistati dal nostro giornale, raccontano di essere stati allertati dalla ragazza in cerca di aiuto e ammettono di non aver dato importanza alla storia, credendola un’esagerazione. A quel punto, S.G. si è rivolta alla polizia, per denunciare le violenze sessuali e psicologiche, ma il capo della stazione, L.V., amico di lunga data del direttore del giornale, aveva considerato più appropriata di una denuncia una soluzione consensuale della situazione. Chiamato il direttore alla centrale, aveva strappato una promessa di non continuare con quelli che E.D. definiva "dei complimenti". La ragazza, insoddisfatta e senza più armi, era tornata al lavoro, dove la situazione non è cambiata.
Dopo la protesta, S.G. è stata interrogata dalla polizia e il caso è stato preso in carico dalle autorità competenti.

La camminata di S.G. ha già guadagnato enorme visibilità sui social, dove si sta diffondendo una campagna di solidarietà caratterizzata dall'hashtag #ilmiolavorononilmiocorpo. Un ennesimo episodio esemplare di violenza contro donne vulnerabili, di un gioco perverso di cui S.G. ha deciso di non rispettare le regole.