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Una storia di cronaca

UNO BIANCA: quei bossoli di via Volturno che potevano dire tutto.

di valentina Tassani

Odio le biografie ma solo se mi riguardano. Sono appassionata di Pulp e sto cercando di scriverne uno. Ma questa è un’altra storia. Ho pubblicato qualcosa qua e là e riscrivo in modo assurdo l’oroscopo (che trovate sul mio blog www.baleratimes.com)

2 MAGGIO 1991 - ORE 11 – DUE COLPI A BRUCIAPELO.

Così vengono freddati Licia Ansaloni, titolare dell’armeria di Via Volturno a Bologna e Pietro Capolungo, carabiniere in pensione e commesso nella stessa, da due uomini entrati per comprare una Beretta. Nessuna rapina, i soldi rimangono in cassa. Spariscono solo le due Beretta usate per quell’esecuzione mentre i corpi rimangono lì, vicini, dietro al bancone, insieme ai bossoli. Bossoli ignorati, sui quali non vennero eseguite le perizie balistiche. Eppure, si sarebbe capito subito che si trattava di proiettili 9x19mm utilizzati per le armi da guerra, in uso solo ai militari, rispetto ai 9x21mm ad uso civile. Neanche la fiammata lasciata, proprio per quella differenza, fece balenare il dubbio. Nel novembre del ’94 questi sette anni di sangue, iniziati nel’87, finirono con l’arresto della “Banda della Uno Bianca” composta da quasi tutti poliziotti, eccetto uno dei fratelli Savi, Fabio, colui che sparò alla Signora Ansaloni e a Capolungo. Una faccia da impiegato determinato a far fuori chiunque si mettesse tra lui e il suo fine. Perché a lui servivano i soldi, per stare meglio, cambiare la macchina e cose così. Un delirio di onnipotenza, iniziato come un gioco, che prese questa piega legittimato dal fatto che «poteva essere lui a lasciarci la pelle» come lui stesso affermò. Ai tempi dell’omicidio in via Volturno, avevo appena 10 anni e non sapevo di preciso quello che stava accadendo. Poi, un giorno, tutto mi arrivò in faccia, senza filtri, quando vidi mio padre preparare la sua toga, quella “bella” per me che, invece, voleva dire sangue. Le sue assistite erano la figlia e la madre di Licia Ansaloni. Alla prima udienza del processo, in Corte d’Assise d’Appello a Bologna, l’aula era gremita tra familiari, giornalisti e un centinaio di avvocati. Erano tutti mischiati, senza le solite distanze tra accusa e difesa, proprio per l’ammassamento di ruoli e persone. C’era davvero un gran caos. Quando Roberto Savi entrò in aula per la prima volta, il padre di Andrea Moneta, uno dei tre carabinieri rimasti uccisi nella strage del Pilastro, non riuscì a trattenere il suo sfogo di rabbia e di dolore. Tanto che fu portato fuori per tutto quel baccano. Mio padre se la ricorda bene quella scena straziante e, ancora adesso, il fiato gli si spezza nel raccontarmela. Eppure, quei bossoli, potevano dire tutto.