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Se un giorno all'improvviso

Se un giorno all'improvviso...

di Martina D'Adamo

Laureata in lingue e letterature straniere, ha frequentato poi un Master in mediazione linguistica e lavorato nel settore della comunicazione a più livelli, organizzando eventi culturali e sportivi nella sua regione, gestendone gli uffici stampa, scrivendo articoli su attività culturali e mostre d'arte del Triveneto. È stata segnalata in alcuni concorsi di narrativa nazionale.

 

Se un giorno all'improvviso la mia città cambiasse sarebbe una donna.

Un tipo schietto e sbrigativo con occhi grandi, di un turchese lucente e corti capelli scarmigliati che odorano di caffè. Sarebbe una dura, seria e rigorosa, una che ti accoglie guardandoti di sbieco, come i palazzoni neoclassici che sfilano sul suo lungomare o la trama severa delle vie nel borgo teresiano, che sembrano stare lì apposta a ribadire il concetto. Avrebbe un fisico scattante perché camminerebbe spesso e volentieri: tra le querce e i ruvidi arbusti di ginepro dell'altopiano a picco sul mare, ai morbidi colli grondanti di acacie in primavera, attraverso il saliscendi della città vecchia in cui amerebbe sentire il rumore dei suoi passi e la storia, intrappolata nel dedalo di stradine, fino a giù, nell'enorme piazza che si apre sulla costa, a riempirsi le narici di aria di mare e salsedine che, come nebbia sottile, penetra nella città nei mattini d'inverno. Porterebbe spesso un abito lungo stretto in vita, con tante vele disegnate su, blu, bianche, azzurre, di tutti i colori della Barcolana e dei gioielli semplici di fattura artigianale e di taglio vagamente ottocentesco. Amerebbe la musica, quella che risuona nelle strade dal Conservatorio, vincendo il traffico e la frenesia delle commissioni da sbrigare e, soprattutto, amerebbe le parole, le chiacchiere, il vedere chi c'è e, più intimamente, la poesia, i romanzi e l'operetta. Riuscendo a scalfire la sua naturale ritrosia, racconterebbe con orgoglio che ha conosciuto Saba, Svevo, Rilke e Joyce e che da tutti, ognuno a suo modo, è stata amata. Pungolandola nella sua malcelata vanità, sciorinerebbe che parla tante lingue, perché è una internazionale lei; che pensa sempre in italiano però. A nessuno, mai, confesserebbe invece, che talvolta si diverte a ricomporre le vecchie rovine, come il teatro romano, strappandolo all'egemonia dei gatti guardiani o a ripopolare i numerosi castelli sparsi per la città, immaginandoli nel loro antico e variegato splendore e il porto com'era all'inizio del Novecento, affollato da grandi vascelli che scaricavano merci di ogni tipo e marinai frementi.

In momenti sempre più rari con la maturità la si vedrebbe indignarsi con una furia inaspettata e simile solo a quella della Bora, quando soffia rabbiosa sgretolando comignoli e frustando i vecchi platani dei giardini o intenerirsi quando le rondini, dopo la lunga estate, ripartono e le ricordano che è una città del nord.

Anche da donna avrebbe un fascino sottile, Trieste, nulla di smargiasso e una bellezza inaspettata e preziosa da scoprire a piccoli passi.