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I sapori del mistero

Le polpette della nonna

di Valeriano Musiu

Gattofilia, Televisione, Milano. Le storie degli altri sono la mia storia.

 

Lei, l’unica nonna in tutta Italia che non sa cucinare un piatto di pasta. Il luogo comune vuole che la nonna italiana ti chieda sempre se hai mangiato, che si premuri di sapere cosa tu voglia mangiare e che, incurante di ogni risposta, ti farcisca comunque di roba per farti diventare più grosso di un tacchino OGM durante il pranzo del Thanksgiving di una famiglia americana.

Bè, mia nonna non è da meno. Con l’unica differenza che lei, invece di nutrirti, ti avvelena. Però lo fa in modo amorevole e adorabile, come una vera nonna italiana.

Questa storia non ha un mistero da risolvere, quindi tirate un sospiro di sollievo: non dovrete arrivare alla fine di queste interminabili trenta righe per sapere chi è stato a sbarazzarsi della nonna. In effetti, non della nonna, ma di uno dei suoi sicari più temibili: le polpette al sugo. E sì, colpo di scena: sono stato io.

Non giudicatemi, io a mia nonna voglio bene. E, in fondo, lo so che quella donna non è il mostro malvagio che continua a intossicare le mie giornate.

Tutto è iniziato quando a cinque anni, con leggerezza, accettai uno dei biscotti che custodiva gelosamente all’interno di una biscottiera, oggetto mitologico che non esiste in nessuna casa se non in quella delle nonne. Penso sempre che, una volta superata una certa soglia degli “anta”, ogni anziano neofita riceva in dotazione un kit contenente i must have del vecchio: accanto alla biscottiera, un’Araba Fenice (degna sostituta della cicogna che grazie al suo valore simbolico conforta gli anziani circa la possibilità – in realtà inesistente – di risorgere dalle proprie ceneri) fa trovare loro dei fazzoletti di stoffa, della naftalina e un arredamento che diventa anni ’60 nonostante sia stato rimodernato a inizio 2000. È incredibile, ma succede proprio così.

Ma ho divagato, quindi salto subito alla conclusione dell’aneddoto: crampi. Il biscotto raffermo cominciò a fermentare nel mio stomaco fino a farlo diventare una palla da bowling. Complici le straordinarie capacità di ripresa di un cinquenne, tuttavia, mi sentii baldanzoso abbastanza da fidarmi della nonna malvagia una seconda volta: avevo 8 anni e già poca voglia di vivere, ma vi giuro che il cervello di maiale che mi fu imboccato a tradimento ha portato quella voglia ai minimi storici. Seguirono, negli anni, teste di pesce, lumache in umido, formaggio coi vermi e diciamo pure che mi fermo qui.  

E quindi, dopo aver ingurgitato una quantità disumana di schifezze chiamate “leccornie”, eccomi qui a prendermi la mia vendetta. Furtivo, mi introduco di soppiatto in cucina. In un attimo, alzo il coperchio di quella lava ribollente da cui estraggo oggetti rotondi e fetidi chiamati “polpette”. La pattumiera mugola quando ci butto dentro quella sbobba, ma mi sembra tirare un sospiro di sollievo non appena tiro fuori il sacco per buttarlo nel cassonetto di fronte a casa.

Ora di pranzo, sala da pranzo. Sto seduto con aria sorniona e i gomiti appoggiati sul tavolo, per darmi quel non so che da paladino della giustizia sicuro di sé. È tutto pronto, mancano solo le urla della vecchia. La nonna annuncia trionfale che è arrivato il momento migliore del pranzo, mentre io non riesco a smettere di pensare a quanto la parola “acme” sia simile ad “acne”. Si alza, le sue ciabatte rastrellano la stanza. Pregusto le sue urla di disperazione come un bambino pregusta le polpette di una nonna italiana normale.

Eccola che apre la pentola, spalanca gli occhi mentre tira un sospiro e… mi mette quattro polpette nel piatto.

La nonna siede con aria sorniona. Io, incredulo, taccio. Quella lì ci seppellirà tutti.