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I sapori del mistero

L'inganno del brodo

di Francesco Marsibilio

Francesco Marsibilio, per quanto ne sa, è nato una volta sola, nel 1983, a Guardiagrele, vicino la Majella. Ha due fratelli, entrambi più in gamba di lui. Tastandosi afferma di avere due occhi, due orecchie, due braccia, due mani, due gambe, due piedi e molte altre coppie di cose. Nonostante questo è capace di essere solo uno, forse anche un po' meno.

Ognuno trova la posizione che più gli sta comodo quando s’addormenta. E lui la trova con la faccia nel piatto. La faccia ci sta dentro il giusto, e sceglie il mio ristorante per il piatto, nel senso della forma, non per il cibo, che se fosse per il cibo gli darebbe una stellina, al ristorante, ma per il piatto se ne merita cinque. L’ha scritto anche sul sito. Certo, fa impressione solo a guardarlo, a fine pasto, seduto con le braccia appese e tutto il peso della testa nel piatto, ma dice che ci sta comodo. Ci sta mezz’ora, così, poi alza la testa, sbadiglia, e ordina il caffè con la mano, e dopo, mentre esce, ci dà ancora di mimo e fa il gesto della penna che scrive nell’aria per dirmi di segnare sul conto. E se ne torna in negozio. Dice che il pomeriggio se dorme un pochetto nel mio ristorante dopo lavora meglio. Il conto lo paga puntualmente, ogni mese, ricevo da lui qualcosa come trecento euro. Sono un sacco di soldi, fossero tutti così abituali, i clienti, sarei già ricco. Ma poi faccio due conti e sono più quelli che mi fa perdere. I clienti s’impressionano certe volte, si ritrovano di fianco a uno con la testa nel piatto e s’impressionano, non è la prima volta che me lo fanno presente. Li ho anche rassicurati: «Il piatto è contrassegnato, ci ho messo le iniziali, dietro, quindi è sempre quello, e non c’è pericolo che mangiate dallo stesso dove dorme». Ma loro dicono che non è soltanto quello il fatto, che a vedersi uno con la faccia nella scodella vien da ridere, in un primo momento, poi, in un secondo momento, però, non vien più da ridere. Si ricordano delle buone maniere, di come si sta composti a tavola, e si lamentano. Allora c’ho provato a dirglielo, ma niente, dice che così non disturba nessuno: non russa, non fa rumore, sta lì come uno che non sta lì. E allora che faccio? Tempo fa gli cambio la scodella, per dispetto, ne prendo di quelle moderne, di design, quasi piatte sul bordo e coll’incavo giusto in mezzo. Voglio vedere se ci riesce, mi dico. Ma niente, quello ci riesce eccome, dice che con le nuove va anche meglio, la faccia sua ci sta dentro preciso sputato: il naso nel punto più basso sembra fatto apposta per finirci dentro. Anzi mi chiede se gliene vendo una, di scodella, da riportare a casa, ché alla domenica, quando chiudo, non riesce a riposarsi sul divano.

«Per me dorme ancora, vi dico che dorme».

Ma son sicuro che pensi il contrario dentro la tua testa, e dici così tanto per dire, perché sai bene che quello non si muove da quella posizione da troppo tempo, ma quando te lo avremmo chiesto dovevi recitare la parte: «È lì che dorme, come fa sempre», ripeti, «Solo mi preoccupa da più tempo… per questo ho chiamato il 113».Asfissia da sbrodolamento, intanto appunta il giornalista, che, chissà come ci riesce, arriva sul posto sempre prima di noi. E così per un po’ il nome del ristorante sarà sulla bocca di tutti, casomai, va’ a vedere, che quello, da morto, ti restituisce un po’ di pubblicità… non ti parrebbe vero. E se troveremo i sonniferi nel sangue della vittima, scommetto che glieli troveremo anche nelle tasche del suo giaccone: ce li hai messi tu, chef, coi guanti, dopo che di sonniferi ne hai sciolti appena un po’ - giusto per una spintarella - nel quartino della casa che gli hai dato da bere. Poi appena gli hai servito il pasto quello s’è addormentato, come fa sempre, sì, ma col naso affogato nel brodo, in anticipo sui tempi, per così dire. Una cosa ti frega, una soltanto, a cui non avevi pensato… Sull’ordinazione non c’è scritto tortellini in brodo, c’è scritto lasagna… E in una lasagna, si sa, non s’affoga.