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I sapori del mistero

Il Dyrrachino

di Ubaldo Spina

Ricercatore e industrial designer. Responsabile della divisione di Design del CETMA (www.cetma.it), si occupa di design management e processi di sviluppo prodotto. Collaboratore de “Il Giornale dell’Architettura” (www.ilgiornaledellarchitettura.com) dal 2004, scrive per diversi magazine nazionali. Socio fondatore dell’associazione culturale “Il Pozzo e l’Arancio”, gestisce il blog “Racconti Uniti d’Europa” (http://raccontiunitideuropa.blogspot.it/). Presidente dell'AVIS di Oria, Associazione Volontari Italiani Sangue, collabora nelle campagne di comunicazione dei principali eventi delle consulte giovani delle AVIS provinciale e regionale. Al suo attivo diverse partecipazioni e premi in concorsi nazionali di narrativa.

Francesco leccò l’impasto. Sentì dentro di sé scorrere due rivoli, quello del piacere e quello del peccato, destinati un giorno a divenire affluenti per ingrossare reciprocamente le rispettive acque. Era un giorno di festa, lui che aveva conosciuto i nidi d’aquila e i tramonti sull’Adriatico era stato relegato nel profondo delle cucine per preparare il banchetto dei frati del capitolo provinciale. Leccò l’impasto, senza temere di contaminare cibo destinato ad altri, certo che almeno questa soddisfazione nessuno avrebbe mai potuto negargliela. Riso, granella di noci, latte, fichi neri, miele a volontà e Caj Mali, il the delle montagne albanesi. Avrebbe chiamato quel dolce capolavoro “Il Dyrrachino”, per celebrare le sue origini, una palla calorica amalgamata con sapienza e bilanciata nelle dosi e nei sapori. Francesco sentì bussare. Era stato sorpreso nel momento del godimento, colto sul fatto nel soddisfare i piaceri della gola più a che a servire l’ordine francescano. Non aveva chiuso la porta. Eppure nessuno entrava. Si lasciò pronunciare un flebile “Avanti”. Ma la possente cerniera non si mosse e l’uscio restò al suo posto. Corse verso l’ingresso, spolverando goffamente il saio, aprì senza esitazione, ma fu raggiunto da una vampa di silenzio e di mistero cui avrebbe preferito di gran lungo una severa punizione. Richiuse e tornò a colare l’impasto nelle ceramiche, certo che a breve avrebbe dovuto servire il capitolo e sperare in un apprezzamento generale dei convenuti. Un gruppo di nuvole oscurò il locale, sembrò di essere piombati di colpo in un tardo pomeriggio novembrino. Tutto fu attraversato da una luce diversa, le ombre prevalsero e assorbirono con prepotenza la gioia riflessa dalle stoviglie in atmosfera. Sentì bussare nuovamente, questa volta si nascose sotto il tavolo. Non era il caso di esporsi. Ormai era braccato da qualcuno e il rimorso per quei cedimenti lo annientò per pochi ma interminabili secondi. Le coppe di Dyrrachino erano state allineate su ruvidi vassoi di ulivo, il suo unico pensiero era quello di non vederle scaraventare sul pavimento da un raptus soprannaturale. Francesco ebbe paura. La domenica aveva perso il sole e il convento sembrava essersi spopolato per lasciare lui e l’ospite ignoto liberi di esercitare un duello finale. Continuò a morire sotto il tavolo, pregando come poche volte in vita sua ebbe modo di fare. Bussarono ancora. Se lo aspettava. Anche il gallò cantò tre volte, il tre completa ogni inizio e chiude ad arco ogni progetto meritevole di non essere interrotto. Tre navate, la Trinità, il triduo, nella perfezione del tre tutto si compie. Furono i tocchi più forti. Come le campane a morto, come il sisma notturno che non ti aspetti, come un tonfo sordo di un masso nel mezzo di una vallata. Francesco lasciò in quei tocchi le ultime sicurezze di un uomo destinato alla santità e tornò ad essere umano, piccolo, curvo e tremante tra le possenti gambe di un tavolo in massello. I componenti del capitolo giunsero poco prima di mezzogiorno. Le porte delle cucine erano sbarrate. Colpi d’ascia schiantarono gli accessi, il frate inserviente fu cercato dappertutto. Sul tavolo furono trovate solo coppe vuote, il riso e le noci erano sparsi in ogni dove, il miele colava morbido verso terra da un barattolo rovesciato, laghetti di latte avevano invaso ampie superfici e reso i fichi neri piccole isole rocciose. Tutti videro tre squarci nelle mura e una prospettiva perfettamente mirata sul tabernacolo. Si inginocchiarono al cospetto del Signore. Di Francesco e dei suoi impasti non fu trovata alcuna traccia.