<< indietro
Se un giorno all'improvviso

Insomma, pensala, l'isola

di Angela Grasso

Nasce a Catania nel novembre del ’91. Lavora come redattrice per Odoya.

 

Tutto proiettato verso i sud del mondo è lo scantu di restarci soli, un volo vasciu di piccione. Quel suo capriccio, o cardascìa, d’invertire pilastro e direzione che a gamba stracca ci sorprende e attira altrove. Una nidiata di parenti spersi, il Senghor di M. e quella vuccuzza ricamata a un rossetto che si fissa in abbandono. Insomma, pensala, l’isola, in una sberla d’ore che è del viaggio l’odissea. Pensala, l’isola, la tua spina nel cuore.

Al metroquadro d’erba, su di un rincrescimento del terreno, un merlo s’organizza un nido o forse solo un gioco d’avventura. Fermo in quel suo ascetico e fitto piumaggio, sembra capirmi, pensoso del mio stesso nuvoleggiare. Si tuffa in picchiata tra i ghirigori del muretto della filiale bper, ma lui di “proprietà” non ne capisce granché e ci vola dentro, libero e bambino. Impara a fiutare come un felino e, chiuso nelle sue quattro penne, sembra, a furia di un nervoso zampettìo, allenarsi per uno sbuffo di guerra o preparare un agguato alla santoreggia montana. Ma è una farsa, prende quota, calibra le distanze e si avvicina al ramo più vicino. Mentre, giù di sotto, una vecchia recita il suo rosario, o chissà quale bestemmia. Avanti e arretu, rintanandosi dietro i cofani delle auto in sosta al rombo dei motori. Mi guarda e io: – Signora, signora... – la chiamo, ma continua quel suo pellegrinaggio alla ricerca forse di una qualche bottega, del portone di casa o di un buco dentro al cielo. 

– Mamma, lì c’è un Trump! – fa’ il bambino al semaforo. Mi guardo intorno, ma è solo il precipitoso avvistamento di un tram in lontananza. Al Valentino ci sono grotte, anfratti medievali, diramazioni di glicine e altre piante che non so chiamare; le bocche aperte dei bambini per l’avvicinamento di un autentico esemplare di scoiattolo che, presa la nocciolina, mutriusu e siddiatu, si volta di scatto dando le spalle e sfoggiando tutta la sua signorilità nell’evanescenza della coda. C’è Lisa che, sul ciglio del rigagnolo, dà un pezzo di pane alla sua “signora Papera”; mentre sul ponticciolo il padre maneggia e furrìa con un legnetto, tra un’insenatura e l’altra della pietra, finché non ne libera una palla. 
Qui, in via Po, c’è Maurizio, con le sue corse a mezz’aria, a bestemmiare parole in aramaico; sono giorni che è incazzato con il mondo, o chissà quali santi, e semina terrore tra i turisti. Dai Murazzi si vedono anatre volare altissimo, gabbiani dal profilo elegante in volo, corvi spauracchi di una fine imminente.

Da lontano, insomma, pensala, l’isola, al tempo di un ciuri ciuri, una sberla di minuti per immaginarsi la fantasia di un ritorno.