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I sapori del mistero

Il frutto della passione

di Andrea Porcelli

Andrea Porcelli nasce a Roma l'11 Maggio del 1996, una primavera in cui la capitale viene nuovamente graziata dall'arrivo delle cicogne sui suoi tetti. I suoi genitori lo portarono con loro a Bologna l'anno successivo ed è qui che Andrea è cresciuto e ha studiato. Attualmente, invece, si trova a Londra dove vive da artista e studia musica al prestigioso ICMP di Kilburn, tornando però spesso nella splendida casa italiana. Dopotutto, è difficile stare lontani dal Bel Paese.

Ero in quel quartiere, ormai da tempo illuminato soltanto da una manciata di lampadine rotte, per la voce con cui me lo aveva chiesto al telefono. Una voce più distante di quei pochi chilometri che ci separavano. E dalla quale non traspariva alcuna emozione.

Non dovetti nemmeno bussare perché quando arrivai la porta era già aperta, chissà poi per chi. La cosa mi ricordava vagamente la relazione che avevamo avuto anche se, francamente, erano molte le cose che mi riportavano alla mente quelle poche notti passate insieme. Il Martini, per esempio.

Il soggiorno consisteva in una cinquantina di assi di legno completamente spoglie tranne che per un materasso sgangherato lasciato a ingiallire in un angolo. Sopra, vi intravidi una cravatta nera con una piccola spilla a forma di cigno. Se la memoria non mi ingannava, non era una grande indossatrice di cravatte. L’avevo vista portarne una attorno agl’occhi, tempo prima, ma se non altro non ne aveva mai avuta una alla luce del sole.

Il materasso stava in fondo a sinistra mentre a destra un abbozzo di corridoio terminava in uno sputo di cucinotto. Fornelli e un lavandino. Nulla di più.

Mi avvicinai e aprii il rubinetto per constatare che come minimo avesse l’acqua corrente e mi accorsi, non senza stupore, che, di fianco al lavello, stava una magnifica fruttiera d’argento. Forse, l’unica cosa che splendeva in tutta la casa e a guardarla pareva che fosse stata lucidata con ossessiva insistenza per alcuni mesi. La sollevai con due mani per osservarne ogni più piccolo particolare, poi vidi i frutti. I nostri frutti della passione. Ne presi uno e me lo rigirai tra le dita. Era veramente piccolo e straordinariamente sferico. Mi affascinava, non c’è dubbio. Dopo alcuni secondi decisi che volevo aprirlo e mi guardai intorno cercando un coltello. Mi accorsi che non c’erano posate in giro e cominciai ad aprirlo con le mani, sporcandole di succo appiccicaticcio.

Lasciai le due metà del frutto di fronte a me. Osservavo la buccia sottile e i tantissimi semi e pensavo a quella donna. A quanto fosse stato semplice rimuovere quel trasparente velo di mistero dietro il quale si celava e scoprire tutta la sua intima fragilità e infine mettere a nudo una persona che era altre mille dietro un sipario di velluto rosso.

Alla mia sinistra avevo una porta chiusa, presumibilmente l’ultimo segreto di quella piccola casa delle streghe. La contemplai per un’altra manciata di lunghissimi secondi, consapevole di dovere affrontare il timore che avevo di aprirla. Aveva un interruttore a destra. Premendolo, vidi la luce strisciare verso di me lungo il pavimento. A questa seguì un pianto. Mi gettai nella stanza prima di poter scappare dalla casa per non tornarci mai più, e la vidi.

Mi fissava con occhi di plastica, trasparenti e senza alcun bagliore, a dieci centimetri dal pavimento e con una corda al collo. A forse un metro da lei, una culla di legno. Dentro, il frutto della nostra passione.