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Se un giorno all'improvviso

Il (molfettese) dì feriale

di Verdiana Mastrofilippo

Maturità classica a pieni voti. Laurea a pieni voti in Giurisprudenza. Eppure, nella vita, la parola che mi riassume meglio è "aspirante". Aspirante moglie. Aspirante madre. Aspirante scrittrice. Aspirante giornalista. Aspirante insegnante. Aspirante lavoratrice. Aspirante donna che mi sento in dovere di essere nata per essere.

 

Molfetta ha una bellezza scontata e scordata nei giorni feriali, riservata a pochi addetti al “non lavoro”.

Il pensionato, lo studente assente.

E poi il disoccupato. Spesso ha una sorta di vereconda ritrosia a camminare per strada nel tempo che gli altri trascorrono negli uffici, nello spazio colloso che il lavoro riempie come una schiuma densa, ma indispensabile.

Accelera perciò il passo, le faccende che assurgono al grado di impiego; non si guarda intorno, come se i secondi volatili non glielo concedessero, quando invece essi fanno ombra a sé stessi nel retro dei suoi pensieri incerti, farinosi.

Però Molfetta, nelle mattine dei giorni feriali, è clamorosamente colma di poesia. Una poesia intimista, rarefatta, che sembra nutrirsi proprio dei pochi avventori sinceri che, volenti o nolenti, si danno la pena di scoprirla. Meno gente sembra gustarsi quell’aria, come accade invece di domenica, e più essa restituisce un incanto non sciupato e vergine.

Le mattine dei giorni feriali hanno il colore biancastro della luce del sole, che tiene ancora in ostaggio le nebbie dell’alba. Essa inizia solo a graffiare la pietra calcarea del Duomo romanico, lo scrosterà rovente a mezzogiorno. Il blu del mare si frange nel cristallo rompendosi in schegge, disperse dalle oziose barchette ormeggiate. I pescherecci sono già lontani nella linea disegnata dal Gargano all’orizzonte.

Il mare fluisce nell’alito del vento, che soffia fuori agli androni deserti dei palazzi. Voci di donne con l’audio della televisione al minimo, mentre soffrigge la cipolla con il pomodoro che si mescola all’odore della colazione, soffiato via da chi è già uscito di casa.

Il tempo feriale è il tempo delle tazzine che tintinnano nei bar, nel weekend sentiresti la gente che parla. Ora, senti le tazzine. È il tempo del giornale aperto sul tavolo, e del dito piegato dall’artrosi che ne segna le righe. È il tempo del passeggino e della nonna. È il tempo del cane che corre sotto i pini nella villa comunale. Il guardiano non c’è a far rispettare il divieto di ingresso. È il tempo del pianoterra con la frutta di una campagna, a racimolare un euro al chilo. È il tempo delle code alla posta, degli annunci di matrimonio e delle condoglianze dentro il numero che cambia alla salumeria. È il tempo dei cestini con le ruote pieni di poca spesa, non il tempo dei carrelli ricolmi che sfrecciano nei corridoi strabordanti di merce.

È il tempo di tutto quello che sembra alla base del mondo: sciocco, scontato e slavato. Ma essenziale.

È il tempo in cui questa terra ti toglie il lavoro, ti sgonfia i minuti. Eppure, è il tempo che te la fa amare lo stesso.