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Se un giorno all'improvviso

MetrĂ² on the book

di Salvatore Improta

Writer, songer and napulitan in Bulogna.

 

Prendo la parola e le dico tutto. Ho letto quel libro. Non è vero, non l’ho mai finito. Ma l’ho acquistato. Tre volte, ma non ho mai letto oltre la quarta di copertina. Che poi è l’ultima pagina. È come averlo letto fino alla fine. Quanti ne ho cominciati? Troppi. Quanti ne ho finiti? Troppo pochi. Le parole, sono più bravo a leggerle, maledizione. Sono più i libri che ho cominciato o quelli che non ho finito? Il primo che ho acquistato l’ho regalato, lo guardava con insistenza che non ho resistito. E senza nemmeno sapere il suo nome. Resterà la ragazza a cui ho regalato il libro. Il secondo? L’ho perso. Ho meglio, l’ha preso l’ultima. Insieme alle sue scarpe e al mio migliore amico. Ha lasciato solo il suo profumo sul divano che non riesco a mandar via. E se fosse lei a regalarmelo perché la fisso? Quel verde della copertina non lo dimentico. È orribile, come le pareti di casa. Le ha dipinte male il mio miglior amico, prima di andare via. Ed io le ho ridipinte di un bianco scadente. Così scadente che il verde torna. Guardo i suoi occhi che non hanno colore. O forse è un colore di cui non conosco il nome. Come quello di questa stazione. Dove sono? Dovrò tornare indietro, scendere alla prossima. Quante cose posso raccontargli nel tempo che mi divide dalla prossima, fermata, non da lei? Abbasso lo sguardo e comincio: ho letto quel libro. Non è vero, non l’ho mai finito. Ma l’ho acquistato. Tre volte, ma non ho mai letto oltre la quarta di copertina. Che poi è l’ultima pagina. È come averlo letto fino alla fine. Quanti ne ho cominciati? Troppi. Vado avanti ad oltranza. Non alzo mai lo sguardo. Perdo l’ennesima fermata ma le dico tutto. Finisco e le chiedo: di che colore sono i tuoi occhi? E finalmente rialzo lo sguardo. Non mi guarda. Attendo che mi risponda. Chiedere è lecito rispondere è cortesia, dice così il detto, vero? Scrive. Mi consegna il libro. Vuole regalarmelo. Leggo la dedica mentre mi allunga la biro. Scusami ma sono sorda, potresti gentilmente scrivere il nome della prossima stazione, ero assorta nella lettura. Come sempre. Proprio quando avevo trovato il coraggio, che adesso manca. Manca per dirle, che non lo so, e non so nemmeno dove siamo adesso. Prendo la biro, scrivo. Di che colore sono i tuoi occhi? Mi guarda, ride ed è un suono bellissimo! Risponde. Scrive Verdi, non è il colore dei miei occhi, è la prossima fermata. Mentre leggo anche io dal finestrino, il treno riparte. Nessuno dei due sa dove andremo. Almeno fino alla prossima fermata.