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Se un giorno all'improvviso

Senza specchi, mi ritrovo

di Giulia Bolzan

Non sono che quello che sono. (P. Salinas)

 

“La lontananza sai è come il mare...” canta Raf, e cercando di immaginare onde su scogli e sabbia, meduse ridotte a gelatina fra conchiglie, spuma e tronchi di legno marcio, riesco quasi ad immaginare le avventure e disavventure della gente sparsa nel mondo. C’è bisogno di cambiare aria, c’è bisogno di distrarsi, rilassarsi un po’, vedere qualcosa di nuovo. Sono tutte le scuse più utilizzate per partire. Ma di partenze ce ne sono molte, e diverse, e i ritorni non vanno sempre sottintesi. Lo vacanza-studio che diventa possibilità di fare nuove amicizie, il lavoro appena accettato che diviene opportunità di far carriera, il precariato devastante che costringe ad un adattamento repentino e inevitabile, la ricerca di se stessi su strade che vanno tanto di moda ultimamente. In fondo tutto si muove. Perché quando una persona si sposta, tutto intorno a lei lo fa di conseguenza anche se immediatamente non ce ne accorgiamo. Ma la cosa più difficile di tutte è rimanere fermi mentre il mondo va, per tornare al testo di un’altra canzone (dei Baustelle questa volta). Rimanere fermi vuol dire imparare a riconoscere, ad osservare i dettagli, ad accettare ciò che ci sta attorno, apprezzarlo per com’è oppure trovare l’energia per detestarlo. Vuol dire soprattutto appartenere. Certo, si può benissimo appartenere a posti diversi ma sempre nel momento in cui ci abbandoniamo ad essi senza pretendere altro. Senza voler modificare qualcosa sempre, necessariamente. In fondo è quello che vorremmo di noi stessi. Plasmarsi in base al resto, essere duttili, flessibili abbastanza da continuare la ricerca di quello che sappiamo non essere fino in fondo ciò che siamo, vorremmo da noi di più. E in fondo queste possono anche essere le premesse per il progresso. A chi apparteniamo veramente nel profondo? A cosa apparteniamo? Senza possesso, senza gelosia, senza bramosia. Dentro quali luoghi percepiamo la pace di almeno una parte della nostra vita? Ognuno risponde per sé, ovviamente. Ognuno sa.

Quello che posso dire io è che spesso provo il forte desiderio di fuggire altrove per il gusto di assaporare l’ignoto e quello che l’ignoto ha in serbo per me; ma poi quando torno, che io stia camminando, dormendo, chiacchierando o scrivendo, mi ritrovo. Mi ritrovo nella mia stanza, dentro la mia casa, dentro altre tre persone che sono parte di me dalla mia nascita, mi ritrovo tra le vie della mia città, noiosa e anziana, sempre uguale a se stessa, piccola e ferma, piovosa e stanca ma l’unico posto in cui, senza specchi e senza giudicarmi, rifletto la mia persona.