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I racconti dello scontrino

La profondità in un tombino

di Alessandro Monaci

Alpinista, volontario del Soccorso Alpino e a tempo perso studente di storia: queste, in preciso ordine gerarchico, le attività di Alessandro. Ad esse si va ad aggiungere un impegno da "pennivendolo di ventura", per il quale scribacchia per il miglior offerente. Ama citare Verri per poter dire "i pneumatici".

Il tombino mi fissa. O meglio, è da così tanto che lo sto osservando che ormai mi sento ricambiato. La ghisa è arrugginita. I suoi bordi tondi sono più bassi di un dito rispetto al pavimento del parcheggio sotterraneo in cui mi trovo. Le uniche macchie di colore presenti sono le pareti gialle e la mia auto rossa. Anche l’aria sa di plastica. E di gas di scarico, ma quella è una nota di odore che riesco a percepire solo quando nevica. Il parcheggio è quasi vuoto. Sento il rumore della ventola dell’aspirazione forzata e il suono del gelato che si scioglie. Forse quest’ultima cosa la immagino soltanto, ma il peso della borsa della spesa pian piano inizia a farmi dolere le dita, mentre i surgelati soffrono i trenta gradi presenti. Eppure resto lì, a fissare la griglia di cui ormai conosco tutti i particolari: il quadrato in alto scheggiato, la leggera convessità nel centro, il nome dell’acciaieria da cui è uscita anni fa. Sul cemento attorno i pneumatici hanno lasciato tracce che sembrano formare un Kandinskij monocromatico. Il cellulare fa bella mostra di sé sul sedile dell’auto. Attraverso il finestrino lo vedo illuminarsi. I miei sono in ferie, a casa non c’è nessuno. La situazione riafferma opprimente la negatività del cosmo, la terribile vacuità dell’esistenza, la condizione dell’uomo costretto a vivere come una piccola fiammella tremolante in un immenso involucro vuoto. Non mi sono mai sentito così solo: siamo io e il tombino. E le chiavi dell’auto inghiottite dal suo buco.