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I sapori del mistero

Arcano liquore aceto

di Francesco Gallina

Laureato in Lettere Classiche e Moderne, Francesco Gallina ha 24 anni e svolge attività di docente, giornalista e critico letterario e teatrale. La tesi magistrale "Sotto bella menzogna" (Helicon, 2017) ha vinto il premio fiorentino La Ginestra come miglior saggio, meritando la pubblicazione.

 

Povera donna, fuori diluvia! – pensavo – avrà bisogno di un panno per coprirsi la testa. Invece Lena bussò alla mia porta con altre intenzioni. Teneva stretti per le zampe due grassi capponi rantolanti, con il becco ancora gocciolante di sangue e il ventre tutto scosso dai brividi. Non era l’effetto della fredda pioggia. Era l’effetto della morte, quando ti viene schiacciato il collo con un manico di scopa e tu sei lì sotto, impotente.

«Questi sono la mia caparra» disse ansimante «il resto verrà dopo».

Presi i capponi. Un colpo secco, e con la mannaia gli staccai il collo. Era una pena vederli soffrire. La stessa pena che mi faceva Lena, accasciata sulla sedia in vimini della mia cucina, coi gomiti sulle ginocchia e le mani fra i capelli scarmigliati. Non uscivano altre parole dalla sua bocca. A parlare per lei erano i suoi occhi, che versavano lacrime di fuoco sulla fadedda sporca di fango. Il peso delle occhiaie dava la misura di una vita schiacciata dai sensi di colpa. I lividi sulle braccia raccontavano di un ciabattino cornuto che rientrava a casa a tarda sera scagliando punzoni e rivetti contro la moglie traditrice. Un matrimonio nato dieci anni prima nelle putride budella della Zisa. Fuori di qui, peste e corna la gente le diceva dietro. Io pensavo invece a come risolvere i problemi. Lena conosceva bene il metodo con cui scacciavo i demoni dalle anime delle malmaritate. La ricetta è semplice. Tirate le tende della finestra che affacciava il cucinino sulla strada, aprii la credenza in legno ed estrassi un fiasco di aceto rosso. Poi tirai lentamente il cassetto tarlato del tavolo: quando presi la fiala di arsenico, il volto di Lena si illuminò. A quel punto presi l’imbuto e versai un litro di aceto dentro uno dei tanti fiaschetti che tenevo sulle mensole. Tolto l’imbuto, rovesciai un dito di veleno nel collo della bottiglia, chiusi con il tappo in sughero e agitai. A contatto con il liquido verdognolo, l’aceto di vino acquistava lucentezza. Non se ne sarebbe accorto, il ciabattino, come non se n’erano accorti gli altri tre mariti che avevo spedito all’inferno.  

«Quando torna a casa, fagli trovare una bel piatto di insalata condita, che vedrai che terrà le mani a posto. Per sempre».

Passarono alcune ore di convulsioni, poi il dottor Cammareri decretò la morte dell’uomo. Ancora un morto per febbre gastrica nella Zisa. Quello dicevano i medici: febbre gastrica. Anche se poi mica capivano come un uomo in piena salute potesse schiattare per febbre gastrica da un giorno all’altro. Solo più tardi scoprirono la verità sul mio arcano liquore aceto, elisir di felicità femminile. Altre furono le vittime, fino al giorno in cui fui incastrata. Stregoneria, decreta la Corte Regia. Chiamatela pure stregoneria. Poco importa, ora che il mio corpo penzola dalla forca come un grasso cappone rantolante. Non è l’effetto della fredda pioggia. È l’effetto della morte, quando ti viene legato il cappio attorno al collo e tu sei lì, impotente, su uno sgabello che il boia toglierà di lì a poco. Il momento arriva. Gode, il pubblico. Solo Lena se ne sta in disparte, mano nella mano col suo Ciliuni, bretelle, braghette e sandali. È bello, Ciliuni lo scalpellino. Ha la faccia da tontolone, è vero, ma è un bravo ragazzo. Consigliato dalla buona Lena, tornerà di nascosto qui, fra due giorni, quando la pioggia smetterà di battere così forte, e metterà ai miei piedi una piccola lapide con sopra la scritta: 

PREGATE PER LA VECCHIA DELL'ACETO

GIOVANNA BONANNO, GIOVANNA LA MEGERA

PALERMO 1713-1789