Testi di Salvatore Jemma e Andrea Plazzi

LE SCRITTURE SPEZZATE, FRATUMATE

Arrivati alla decima edizione di Coop for words, sembra giusto non fermarsi a valutare solo quella in corso, ma estendere alcune riflessioni all’intero ciclo, senza per questo voler trarre delle conclusioni, ché sarebbero arbitrarie, sia per la minima distanza che ci separa da queste, sia per l’evoluzione che inevitabilmente questa manifestazione avrà ancora. Direi che, a parte le modificazioni che in questi anni sono avvenute, le varie edizioni hanno consolidato tre tipi di scrittura, quattro se si conta come tale il fumetto, il quale però in queste cartelle non ha la propria sede di riflessione, e sono: il racconto breve, la poesia, l’annotazione - quest’ultima, nell’attuale edizione, si è sdoppiata, ma la tecnica appare la medesima. Una prima considerazione, mette a confronto il racconto breve e la poesia: tendenzialmente, il primo risulta avere alle spalle, quando non addirittura sopra di sé, alcuni modelli ben definiti e delineati, mutuati dalla narrativa contemporanea, spesso giallistica, quando non vi si respiri una certa aria da fumetto. Nel racconto breve la materia, di carattere personale o meno che sia, quando è ben trattata, risulta convincente, a significare che un certo lavoro del mercato editoriale, che ha saputo estendere e far circolare un buon livello medio di scrittura in prosa, consente alla scrittura  stessa di arricchirsi ben oltre quanto viene appreso nei vari gradi dello studio scolastico. Quest’ultimo è ovviamente necessario per comprendere ciò che è stato fatto e non cadere nell’errore di rifarlo pedissequamente, credendolo alcunché di nuovo, non paragonabile però alla materia viva e pulsante di quanto circola tra le scritture della contemporaneità. Il medesimo discorso, ma ribaltato nel suo negativo, lo si può fare per il secondo elemento del confronto, la poesia: questa risulta spesso disarmata e collocata dentro un ambito di forma e di contenuto che pare ristretto e scarsamente rinnovato. In genere, nei testi inviati si risente dell’assenza di modelli, non tanto per la mancanza di pubblicazioni di libri di poesia, ma di una loro effettiva circolazione. In effetti si leggono, anche tra i testi meglio riusciti, risonanze di studi scolastici più o meno recenti e, quando questi non vi siano, l’espressione dei sentimenti appare a volte poco controllata. È in errore chi afferma che si pubblica troppa poesia, che troppi ne scrivano; il difetto non sta in questo, ma nell’asfitticità della sua circolazione, che dovrebbe essere più ampia nel numero e soprattutto, anzi, fondamentalmente nella sua varietà contemporanea, quindi più viva.
Una seconda considerazione di carattere generale, mette a confronto il racconto breve con quella che ho chiamato "l’annotazione": qui, il racconto breve spesso denuncia il fiato un po’ grosso, a dispetto della talvolta azzeccata secchezza dell’enunciato brevissimo. I motivi possono essere vari, ma uno su tutti sembra prevalere: la pervasività del linguaggio sincopato che attraversa tutta la comunicazione contemporanea – in questa inserirei le modalità di comunicazione interpersonale come gli sms, le email e i tweet –, un linguaggio (e la sua conseguente scrittura) che oramai sembra fare da supporto necessario, ma pur sempre in posizione ancillare, all’immagine, cosicché quest’ultima risulta assolutamente prevalente. Da qui, forse, una preferenza verso una tecnica quasi epigrammatica, contro quella della narrazione vera e propria, seppur minima.
L’attuale edizione sembra fornire alcuni segnali specifici; intanto, direi che Coop for words stesso abbia contribuito, nel suo relativo ma pur significativo lavoro, a formare un certo carattere della scrittura, dando la possibilità a molti di confrontarsi, valutando i propri mezzi espressivi.
Questa edizione, inoltre, è stata fortemente segnata dal marchio del lavoro, della sua assenza, un’impronta rilasciata per la sezione "post-it", ma che si è propagata in quasi tutte le scritture delle altre sezioni, in maniera più o meno rilevante, più o meno evidente. I racconti brevi, quando ne parlano, che sia il lavoro da scontare o da conquistare, si formano in un percorso di fuga verso il fantastico, splatter o romantico che sia; oppure escono dalla ristrettezza del racconto stesso, che sia una storia intima e personale oppure collettiva, e partecipano di una realtà che sembra aver normalizzato la propria tragicità. È come se della realtà spezzata, divisa, esplosa che ci circonda, gli autori ne avessero afferrato un frammento, talvolta neppure quello a loro più prossimo, descrivendo e mescolando e ricomponendo, per ridarlo in un sentimento di incertezza sempre incombente, declinata partendo dal timore, andando verso la paura, fino al terrore.
La poesia scorre tra due poli di alto e basso, di lieve e greve, e la sua materia è fatta di quotidiano; usando due testi antitetici tra loro, entro i quali si raccolgono le varietà dei restanti scelti, si nota la visione di un olimpo tramutata in ricovero per anziani di Metamorfosi a Milano, o la descrizione di un paesaggio che viene ridipinto dei colori classicheggianti di Aurea praecarietas – Omaggio al Traduttore. Del resto, la poesia esce tra le spire di un verso che rassomiglia sempre più a una prosa spezzata, frantumata, rifuggendo certamente una sonorità oramai inattuale o, addirittura, cercando di rompere l’eccesso di suono che pervade la nostra realtà, ma che forse è ancora incapace di trarre da questa l’andamento che la distingua in quanto tale.
Per le "annotazioni", ovvero le due sezioni distinte, ma accomunate se non dal tema dalla forma, qui occorre aggiungere che, almeno per i "post-it", il titolo ha toccato, com’era ovvio, il nervo scoperto della nostra attuale condizione sociale, della vita di tanti che, nelle più svariate situazioni, pagano il conto salato di una crisi economica, che si è già tramutata anche in crisi sociale e culturale. Questi brevi testi ne danno conto in modo aspro, permettendosi talvolta lo sfogo di un’ironia amara e di una neppure velata accusa contro le generazioni precedenti, dei padri, dei nonni (giusto o sbagliato che sia questo l’obiettivo). Invece, la sezione degli "scontrini" tratteggia i “paesaggi” delle «“nuove piazze” dei nostri territori», come ci viene suggerito dall’indicazione tematica data loro; sogni e vite, fantasie romantiche e splatter si avvitano attorno agli scaffali e le corsie, e il segno lasciato si riduce ulteriormente nello spazio di uno scontrino, quasi a significare la vera dimensione di ognuno di noi, di fronte alla realtà che sovrasta.

Salvatore Jemma, Presidente della giuria

 

ISTINTIVAMENTE NARRATI A FUMETTI

Per chi ogni giorno affronta le trincee dell’editoria, congenitamente devastate dal falso conflitto tra produzione artistica e consumo, massificazione ed espressione individuale, le occasioni per leggere fumetti di autori non professionisti, che scrivono e disegnano in primo luogo per se stessi, sono sempre gratificanti. Persino, a volte, illuminanti.
Nel caso di COOP FOR WORDS sono quasi tutte opere nate all’interno della formula del concorso, quindi con una precisa finalità, ma — con l’eccezione di quest’unico “scopo” — la libertà da esigenze che non siano quelle espressive degli autori si respira a ogni pagina di ogni storia.
Un approccio “dal basso” al fumetto che di questo medium restituisce i tratti maggiormente vivaci ed espressivi, non sempre valorizzati a dovere dalle sue manifestazioni più note, prestigiose o artisticamente riuscite: il personaggio popolare, la serie di successo, il romanzo a fumetti raffinato.
Il linguaggio fumettistico nasce per raccontare ed è intrinsecamente “narrativo”, caratterizzato com’è dalla giustapposizione di immagini in sequenza e dalla loro (eventuale), sofisticata interazione con elementi di testo. Nella sua accezione moderna nasce anche all’incrocio tra arte, artigianato e l’ancor giovane industria delle comunicazione e dell’intrattenimento di massa, caratterizzato da sempre da una duttilità e un’immediatezza che gli autori hanno sempre saputo esprimere, anche in presenza di esigenze produttive e di mercato stringenti.
Tutti tratti caratteristici che quest’anno emergono chiaramente anche nei lavori degli autori più giovani, semplicemente interessati a raccontare le loro esperienze, con una varietà di temi che ne riflette la vivacità umana e culturale.
Regressioni all'infanzia, scene di vita metropolitana, ricordi famigliari ma anche storie di fantasmi, paesaggi onirici, immaginifiche trasfigurazioni di paesaggi consueti. E poi la cronaca di un 25 aprile, una meditazione sulla democrazia, cronache ironiche da questi anni di crisi.
Storie personali, sentimenti condivisi e grandi temi pubblici istintivamente narrati a fumetti.

Andrea Plazzi