Prefazione di Niva Lorenzini

 

Realismo mimetico

Qualche mese fa, rispondendo a una mia domanda sui dibattiti letterari che chiamavano in causa sempre più di frequente il concetto di realismo, Edoardo Sanguineti aveva dato una risposta spiazzante, nella sua apparente perentorietà. Dire “manca realismo” in letteratura equivaleva, per lui, dire che mancano risultati letterari, perché un testo o è realistico o non è. Non parlava di iporealismo o di iperrealismo, ma di realismo e basta, di forza della parola realistica e basta.

Ho ripensato a quella sua affermazione leggendo i testi ammessi al concorso Coop for words 2011, di provenienza geografica allargata rispetto agli anni precedenti: 294 storie brevi, 257 testi di poesia, 68 Post-it. Proprio il realismo poteva fungere in fondo da parola chiave per identificarli e catalogarli. Ma poiché “realismo” è parola che si risemantizza di epoca in epoca, nei testi in questione andavano investigate e selezionate le caratteristiche che lo collegano al nostro presente. Se per Sanguineti si trattava di un aderire, sempre, al “qui” e all’ “ora” del proprio tempo, ci si chiamasse Cervantes alle prese con il Don Chisciotte o Goethe alle prese con il Faust, quale adesione può avere il realismo – ci si può chiedere oggi, sollecitati da questa occasione - rispetto alla nostra realtà globalizzata?

Fatte salve le proporzioni e le vertiginose distanze, i racconti brevi – perché da quelli è il caso di muovere, visto che è la scrittura in prosa a restituire spesso, con maggiore varietà di soluzioni, il polso della situazione – parlano di un qui e di un ora segnato da storie di solitudine e vuoto esistenziale, alla maniera minimalista di un Bret Easton Ellis, tra gli altri, o di un Celati stralunato e padano, geograficamente perimetrato; ma non manca un vasto campionario dei generi in voga sul mercato editoriale, a traino di modelli mediatici, dal thriller al giallo, dall’auto-fiction alle propaggini del romanzo postmoderno, tra Daniel Pennac e Richard Powers, o ancora dal racconto storico a quello fantascientifico, dal racconto confessione allo pseudo reportage.

E’ realismo tutto ciò? Sicuramente l’elemento di fondo che accomuna molti di questi racconti è l’esposizione di stralci e ritagli di vita quotidiana, colta nella sua spoglia psicopatologia. E non è elemento che sorprende, visto il gran parlare che si fa da qualche tempo, da parte degli addetti ai lavori, dell’esteriorizzazione del privato, della storia che, in assenza di traumi collettivi (ma davvero ci mancano?), si trasforma in ricordo o memoria personale, delle notizie che si travestono da confessioni, dei sentimenti trattati come fatti, anzi come i soli fatti che posseggono spessore e concretezza. E cosa attendersi di diverso dall’epoca che enfatizza i reality e privilegia i talk show e l’uso invasivo del blog?

In ogni caso, è del realismo che si continua a parlare, sia esso ipo- o iper- non importa, si faccia o no mimetico del privato o lo istituzionalizzi ad uso pubblico, quasi, è stato detto, immettendolo in un autorizzato e generalizzato Facebook collettivo. E neppure importa più di tanto che lo si cerchi in pratiche estreme, tutt’altro che assenti in molti tra i racconti brevi qui selezionati (parlo di ispirazioni apocalittiche, di traumi, complotti, orrori simulati), o lo si insegua Into now, come scrive l’autrice di un intenso Post-it: in un presente, cioè, che tende a sottrarsi a logiche antropocentriche, ed è immerso nella delocalizzazione, nella detemporalizzazione, e intanto cerca luoghi condivisi e da condividere, proprio mentre il senso stesso del luogo si va affievolendo.

Di questa crisi di aderenza tra un luogo e un sé, ma anche tra una lingua e un sé (un sé di fatto multilocale, in presenza di luoghi delocalizzati), fa le spese un io che tenta di ancorarsi alla propria realtà corporea o a raffigurarsi postumo, senza sentire in contraddizione i due momenti; è un io composito e provvisorio, una “figura congiunturale”, ha scritto uno storico della lingua come Enrico Testa, analizzandolo proprio nel suo proporsi in testi di poesia. Ma l’espressione è perfettamente applicabile anche alla fisionomia di chi è esposto “a robe normali dell’andar su e giù”, come nello stravolto Background raccontanto da chi “sta a mezzo”, senza trama da raccontare, senza fissità da difendere, in un’erranza sospesa tra visionarietà e datità di fatti.

E’ tempo che concluda queste mie sparse considerazioni. Resta da dire che accanto al minimalismo o al trauma soggettivo esibito in piena luce, come all’opposto accanto alla perdita di luogo e di identità, sta una propensione allo sguardo frontale, che fissa le cose mentre le vede scomparire nel flusso degli eventi. E resta anche da dire che, nel raccontare la perdita, spinta talvolta sino all’annichilimento, all’apocalisse planetaria, si fa spazio a ossessioni che inquadrano per bagliori un enigma, il lato oscuro del vivere. Restano da dire, ancora, le solitudini, declinate spesso al femminile, resta la capacità di fondere realtà e finzione, allegoria e realismo, favola ed eventi, pervenendo, nei migliori dei casi, a un proprio idioletto, a una lingua trovata, cioè, oltre la dispersione di sé, tra le microstorie di una quotidianità tra cui si annida poca dolcezza e molta ferocia. La si può immobilizzare con una polaroid, quella realtà, lo si può trasferire, il “mio adesso”, in prosa o in versi che suonano spesso come quasi prosa, sospesi come sono tra eros e thanatos e un po’ spiazzati rispetto a qualsivoglia tradizione novecentesca – intendo anche rispetto al possesso di tecniche di scrittura che paiono dismesse (eppure capita che facciano capolino qua e là lo Zanzotto tellurico dei Conglomerati, o, nell’alleggerimento rimatico, il Caproni della poesia “magra”, o nello sguardo dell’io che “vede” e registra l’oggetto l’Antonio Porta dei Rapporti…).

Racconti brevi e poesie contribuiscono insomma, in piena sintonia, a restituire uno spaccato credibile del nostro presente. Che nei Post-it, non di rado provocatoriamente ‘patriottici’, ludicamente spiazzanti, assume il volto del paese Italia: un paese giovane eppure a rischio “di non passare la notte”, un’Italia che “si ama ma non si sposa”, un’Italia che, fuori dalle enfasi celebrative, attende concrete ricette rigeneratrici, tra torte salate e tiramisù. E però né nei Post-it, né nelle poesie, né nelle storie brevi, si rinuncia a denunciarlo, quel presente da vite in affitto, quel presente di defunte identità, quel presente che scippa del futuro, tra alienazione urbana e consumismo, perdita di radici e trionfo dell’esteriorità. Lo si denuncia, nei modi liberi da convenzioni e da punti solidi di riferimento, attraverso una scrittura che si pone, nei suoi esiti migliori, nella linea di una ritrovata coscienza civile.

E dunque nella linea del realismo, per tornare al punto da cui ho preso le mosse: se si intende per realismo l’esigenza, per la scrittura, di mettere a nudo ogni volta se stessa, insieme con la realtà. Radicalmente, sapendo che si corre il rischio di non raggiungerla, la realtà, e di non possederla, la parola: stando dunque sull’orlo, ogni volta, a sfida del silenzio.

 

Niva Lorenzini