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Dal Premio Coop for Words al contratto con una grande casa editrice: l'intervista a Barbara Di Gregorio, una di voi.

La bella storia di una finalista del nostro concorso del 2004 raccontata da Isabella Mazzitelli sulle pagine di Vanity Fair.

La formica diventa un leone. Ha fatto la cameriera, ha fatto la cassiera a un punto scommesse. Poi ha vinto un concorso per aspiranti scrittori alla Coop. Adesso, il romanzo di Barbara Di Gregorio è uno dei più attesi dell’anno. Un balzo che assomiglia tanto a un volo

Alla fine una vede il suo  romanzo in libreria, messo benissimo, fatto da una primaria casa editrice che ci ha creduto molto, ed è felice, anche se il bello viene adesso. Già, ma prima? Prima ha firmato un contratto, certo, ed è stata una bella botta di felicità anche quella. Ma prima ancora? Rifare la strada di Barbara Di Gregorio, 28 anni, abruzzese di Pescara, categoria giovane scrittrice esordiente, è come giocare a Regina Reginella: – Quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello bello bello con la fede e con l’anello? –.Tanti
passi, centinaia di passi da formica, fino a quel paio di balzi da leone che il capriccio della vita concede ogni tanto, forse colpito, o sfinito, dalla costanza. Primo passo per aspiranti scrittori: scrivere, scrivere, scrivere sempre, ma che passo è?
È ovvio che uno scriva, per sé anzitutto, ma potrebbe essere movimento e basta, come correre in palestra o girare in tondo. Buttarsi, allora: Barbara ha fatto così, ha cominciato da un concorso per aspiranti scrittori al supermercato – Coop for Words –, l’ha vinto con altri 9, era il 2004, in palio un corso di scrittura creativa a Bologna; lì ha conosciuto Andrea Ferrari della fanzine letteraria Eleanore Rigby, ha pubblicato un racconto; il racconto è finito in mano allo scrittore Mario Desiati che l’ha inserito nel 2007 in un’antologia – Voi siete qui – dedicata agli esordi su riviste; e l’antologia è finita in mano a Michele Rossi, editor Rizzoli e docente, che l’ha proposto come testo di studio ai suoi studenti, i quali tra tanti l’hanno scelto come il migliore. E poi si è svegliata ed era un sogno? No, poi è arrivato il contratto: «Scrivi un romanzo».  Ecco qui, che ci vuole? Ci vuole, invece, perché scrivere su richiesta e con la magnifica pistola di un contratto già firmato puntata alla tempia non è come dirlo. Lunga gestazione, più o meno come quella degli elefanti, pagine su pagine, versioni su versioni... Perché Barbara, che pure ha fatto centinaia di passi da formica e due balzi da leone, sa bene che si può andare velocissimi senza muoversi come sull’ottovolante, ubriachi del vento e della sensazione di libertà, incapaci di cercarla davvero: difatti ci ha scritto il suo romanzo Rizzoli, Le giostre sono per gli scemi un libro sulla paura di andarsi a prendere quello che si vuole davvero, perché per farlo bisogna rischiare, liberarsi delle ossessioni, smettere di vergognarsi, prendere la vita in mano e provare a volare.


Una famiglia di quelle da evitare: genitori multipli, incapaci, evanescenti, nocivi, figli scombinati, bambini troppo grassi o adolescenti schizzati. Zingari, per di più. Come mai?
«Vuole sapere se sono anche io zingara? No: c’era in famiglia una sorella di mio nonno, detta la Zingara, ma non so se lo fosse, non credo. Però da un certo punto in poi ha vissuto come la nonna del romanzo, nomade dentro casa, una specie di sequenza di appartamentini tutti uguali e verande con la plastica, che girava continuamente, in trappola ma illudendosi di essere libera E poi Pescara è la città degli zingari: è qui che storicamente è rimasto chi voleva fermarsi, integrarsi, mimetizzarsi, rinnegarsi. A Pescara arrivano tantissime giostre, perché i giostrai, che sono zingari, lo sanno che qui c’è fortissima l’attrazione, il richiamo del sangue, la nostalgia. Io sono cresciuta in mezzo alle giostre, ne conosco tante e le avrei messe tutte: d’altra parte l’ottovolante
e il calcinculo sono protagonisti del romanzo tanto quanto i due fratelli ».


Leonardo, adolescente magro, corroso dalle sigarette, dall’insonnia, dall’ossessione per il padre volato via, e Chicco, bimbo grasso, solo, ossessionato da questo fratello che non lo vuole.
«Chicco si costruisce una gabbia di ciccia per essere sicuro di restare intrappolato nell’amore per il fratello: però è un personaggio positivo che dopo tanto girare a vuoto riuscirà a capire, aiutato dal padre».


Ma questi genitori sono un disastro: una madre ubriacona, due padri – uno sparito – l’altro muto e indifferente.
«Sono assenti, la cosa peggiore che possa capitare. Però il padre di Chicco a un certo punto capisce e fa quello che un genitore deve fare: esserci, prenderti per la collottola quando stai per affogare e buttarti in mezzo alla vita».


Rispecchiano i suoi genitori?
«No, i miei sono buonissimi e normali. Anch’io sono stata lasciata i pomeriggi dalla nonna, ma come tutti i figli di chi lavora. Mia madre è meravigliosa, non mi ha mai costretta, poi se vedeva che mi lasciavo andare, zac, uno strattone. Quando ha visto che a 16 anni avevo perso 5 chili in due mesi mi ha dato uno scappellotto e mi ha detto: “Oh, ma che stai facendo?”. È questo il punto: mentre pensavo di essere sola, qualcuno mi guardava».


Come mai ha scelto due ragazzini, come protagonisti?
«Alla loro età ci sono arrivata piano piano. E forse c’è un fatto anagrafico, la giovinezza è la cosa che conosco meglio: sentirsi brutti, diversi, sfigati, indegni d’amore, sono sensazioni che appartengono a tutti, da ragazzi. La ferocia degli amici, chi non l’ha conosciuta? Mi è bastato ripescare tra i miei compagni di scuola».


La bullizzavano?
«Erano cattivissimi, ma non con me: ero silenziosa, studiosa, non ispiravo crudeltà, anche se pensavo che avrebbero dovuto».


Nel suo romanzo si vola, letteralmente: due dei personaggi hanno le ali, un terzo vola anche senza. Perché?
«Il volo – metaforico e reale – è il discorso centrale del libro. È un’utopia classica, in fondo banale, no? Molta gente ha le ali, pochi le usano o le usano male. Si preferisce restare in gabbia. È un paradosso, e una cosa dolorosa».


Lei vola?
«Scrivere, volendo, è come volare. Diciamo che ci provo. Annaspo».


Che cosa ha fatto, finora, per vivere?
«Ho studiato cinema al Dams di Bologna, e lavorato. Tanti lavori, tutti quelli che fanno i fuorisede. Cameriera e barista – beh, quello lo faccio ancora –. Il mio preferito è stato in una ricevitoria Snai. Cassiera, dietro un vetro perché gli scommettitori sono matti: divertentissimo. I clienti sono sempre gli stessi, gli trovi il soprannome, sono padri di famiglia per gli sport, vecchietti per i cavalli: gli anziani puntano 2 euro, ne vincono 2,40 o 2,60, tutti i pomeriggi. Ma migliori sono quelli che lottano contro i secondi, che arrivano un minuto prima della corsa, quando escono le quote vere. Adrenalina pura: la loro e la tua, premi il tasto sbagliato e sei fritta».

Isabella Mazzitelli

Vanity Fair  3/2011 - Per gentile concessione